Rubeen Amorim, allenatore del Milan

Il Prof. Amorim e gli allenatori che uccidono il calcio di teoria

ASSUNTO (O PREGIUDIZIO) DI PARTENZA

Il calcio appartiene ai calciatori, e solo al 20% (e sono generoso) agli allenatori

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Voglio parlare di Amorim (e Spalletti): ma la prendo da lontano.

Gli allenatori di oggi mi annoiano, quasi tutti, con poche eccezioni: Mourinho, Guardiola, Conte, rarissimi altri. Mi accendono casomai se si incazzano durante o nel post partita, perché nel calcio cerco la rappresentazione teatrale popolare, la commedia dell’arte. E quindi la parte strettamente tecnica e tattica la considero relativa, né mi voglio mettere all’altezza di un allenatore laureato a Coverciano (o altrove) e che da questo punto di vista ha competenze e conoscenze “universitarie”.

Per dire, a proposito della noia, Allegri mi dà motivo di tenere la tv accesa perché almeno c’è un po’ di baruffa, con Chivu non arrivo al telecomando, mi addormento prima.

Detesto le analisi tecnico-tattiche troppo esasperate, propinate come verità scientifiche. Non ho competenza specifica ma mi sembra una materia opinabile, facilmente manipolabile, infarcita di luoghi comuni, deformata secondo convenienza. Un po’ come quei talk show dove le posizioni sono definite, i ruoli scontati, le tesi granitiche, i personaggi legati al copione, lo scontro generato a comando e quasi sempre prevedibile.

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Ecco da qualche tempo penso che il calcio, sotto questo punto di vista, sia diventato eccessivamente complesso, e quindi un eccesso di teoria lo renda pesante quanto davvero una materia universitaria. Anni fa un allenatore del Napoli mi disse: “Dopo tanti anni ho capito che le cose ai giocatori le devi spiegare in maniera semplice e rapida. Dopo 10-15 minuti perdono l’attenzione, perché non stanno lì per studiare ma per giocare”. Capisco che l’evoluzione del gioco richieda ormai calciatori sempre più preparati sotto ogni punto di vista, non solo fisico e tecnico, ma il principio mi sembra ancora valido.

Credo che Spalletti, come mi sembra Amorim, abbiano complicato eccessivamente il loro calcio, lo abbiano appesantito di concetti teorici e a volte ne paghino le conseguenze. Di Spalletti abbiamo parlato molto, Ruben Amorim si porta appresso un curriculum di eccellenza. Ha praticamente una laurea in tema, con lo Sporting Lisbona ottenne ottimi risultati da giovanissimo allenatore (36 anni) proprio perché capace di fare la differenza.

Il problema è che poi tutte queste nozioni superfetano e diventa impossibile trasferirle efficacemente ai giocatori. Posso capire che gli infortuni e lo stress da Europa League giocata il giovedì siano un buon alibi, ma il Milan dovrebbe comunque avere le forze necessarie per battere il Bologna a San Siro. E invece succede il contrario.

E allora la domanda è: ma quanto di quello che Amorim ha in testa arriva davvero alle gambe dei suoi giocatori? E quanto invece resta appeso a una lavagna, a un video, a una spiegazione che magari è anche giustissima, ma che in partita va tradotta in una frazione di secondo?

Dopo il Bologna, lo stesso Amorim ha detto che in due mesi è difficile rispettare tutte le richieste di un allenatore. Appunto: tutte. Quante sono? E siamo sicuri che siano tutte indispensabili? Perché il Milan ha calciatori che sanno giocare, eccome: Pulisic, Modrić, Rabiot, lo stesso Cisse che al Bologna ne ha fatti due. Poi però, nel giro di due minuti, la squadra si è ritrovata da 2-1 a 2-3 e ha dato l’impressione di non sapere più dove mettersi.

Non credo che la soluzione sia buttare via la tattica e dire ai giocatori: «Andate e divertitevi». Sarebbe la solita banalità uguale e contraria. Ma forse a volte bisognerebbe chiedere una cosa in meno, lasciare un metro di libertà in più, fidarsi di quello che un calciatore vede e sa fare. Anche perché quando un giocatore riceve la palla non ha il tempo di consultare gli appunti.

Spalletti, dopo il ko di Genova, ha detto che si fa fatica a far capire ai giocatori dove è andato il calcio. Può essere. Però il dubbio che mi viene è un altro: siamo sicuri che il calcio debba andare per forza sempre più lontano dai calciatori? Che debba diventare una materia così difficile da spiegare e così complicata da capire?

Magari il problema non è che loro non capiscono. Magari, ogni tanto, siamo noi che spieghiamo troppo.

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Facebook profilo di Fabrizio Bocca - https://www.facebook.com/fabrizio.bocca.33/

Giornalista sportivo, a La Repubblica dal 1983 al 2022, sono stato per 12 anni capo dello Sport. Prima e dopo sempre sport e calcio, dai campi di periferia fino ai Mondiali, da Gianni Brera fino a Internet, da San Siro a New York, da Wembley all'Olimpico, dalla carta alla TV. Autore di Bloooog!, il Bar Sport, per 14 anni dentro Repubblica.it. Ora in maniera assolutamente libera, autonoma, indipendente, senza filtri.

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Mordechai

Viste le immagini del futuro stadio di Milano, oddio mio che orrida megabagnarola!
San Siro sta a ‘sta robaccia come la Cappella Sistina alla soffitta di mia nonna.

gennaro

Dài non fare il boomer… 😆

A me piace invece, moderno e con una sua personalitá

Il Regolamento

Magari sono gli allenatori che spiegano male.
Magari ha ragione Velasco (come sempre, direi):
“Il futuro è allenare tutti, ma allenare bene.
Il primo livello (dello sport) è composto di cose semplici da dire ma difficili da fare.
Il problema dello sport è fare le cose bene, non proporle in modo complicato”.

Ho l’impressione che nel calcio molti allenatori abbiano perso proprio la capacità di SPIEGARE la loro idea di calcio, un po’ come molti insegnanti sono preparatissimi sui contenuti ma non sono bravi a trasmetterli.

occasionale

A Sassuolo 6 gol nel primo tempo (4 nei quattordici minuti iniziali e 2 nei dieci finali) a cui vanno aggiunte le 2 reti del secondo tempo (segnate a nove minuti l’una dall’altra).
All’Olimpico 3 gol in undici minuti nel primo tempo .. e 3 in sei nel secondo.
A Torino 3 reti in undici minuti dopo l’80esimo.
A San Siro 3 in diciassette minuti nella prima frazione e 2 in due minuti nella seconda.
2 gol in due minuti anche a Venezia, 2 in sedici a Genova e 2 in cinque a Monza.
4, infine, in trentacinque minuti di gioco a Firenze.

Non solo: 284 reti nelle prime nove giornate del campionato contro le 204 delle prime nove dello scorso anno.
Una media di 31,5 gol a turno e di 3,2 a partita (contro i rispettivamente 22,6 e 2,3 della scorsa stagione).
Con 24 reti nella giornata più asfittica e 43 in quella più prolifica (contro gli 11 e i 28 dell’anno scorso).
marcature per giornata primi nove turni campionato 2025/26: 21 20 24 26 25 27 11 28 22marcature per giornata primi nove turni campionato 2026/27: 24 25 33 39  24 27 35 34 43
E poi una Nazionale che pare risvegliarsi da un lungo torpore, giovani talenti che sembrano riaffacciarsi sulla scena e un campionato che parrebbe profilarsi nel suo insieme come più incerto e interessante del solito. 

Ma che sta succedendo al calcio italiano ?

Quelli che capiscono sempre tutto e subito avranno modo di spiegarcelo, per intanto mi limito a un paio di grossolane impressioni personali.
E penso a una buona componente di casualità: che, nel calcio come nella vita, esiste e la cui indecifrabilità è totalmente impermeabile ai nostri tentativi (ex ante ed ex post) di razionalizzazione.
E al nuovo corso arbitrale: che, con tutti i limiti, le criticità e le incoerenze che sono connaturati all’esercizio della funzione arbitrale (manco ai cani – amministrare condomini è più piacevole e gratificante) ci vede un po’ tutti tendenzialmente più soddisfatti rispetto al passato (e di certo alle ultime tre o quattro stagioni) e che ci sta proponendo partite contrassegnate da una maggior continuità di gioco e dunque più fluide e piacevoli ma non solo .. dentro le quali attacchi e difese hanno preso a fronteggiarsi a viso aperto, con gli attaccanti che sembrano speculare meno sulle “sponde” offerte loro dal Regolamento.
Cosa – quest’ultima – che a conti fatti non so quanto possa considerarsi vantaggioso per le nostre ‘retroguardie’ (a giudicare dalle molte topiche esibite in queste prime nove giornate direi al momento molto poco 😊 .. ma questo è un altro discorso).

Modifica il 1 ora fa da occasionale

Visti i rendering del nuovo stadio di Milano. Non c’è biscioni né diavoli: nel design, la parte del leone toccherà (appunto) al leone marciano delle Assicurazioni Generali.

Questa scelta intende testimoniare il sincero riconoscimento e la profonda gratitudine delle società milanesi verso il Venezia, cui invariabilmente nel corso degli anni – e perché no, in un auspicabile futuro – sottraggono a man salva punti e vittorie.

Grazie ragazzi, siamo commossi.

il radarista

Andate e divertitevi. E questo era il calcio nei tempi passati.
Cominciarono i veneziani nelle calli e quelli che sapevano dribblare, stoppare e saltare l’avversario venivano chiamati venezia. Nel dopo guerra giocavamo per le strade o nei cortili e lo facevamo con una scatola di cromatina Brill o con una palla di pezza legata con lo spago. Sulle spiagge (libere) poi, ci scatenavamo.
Su una copertina di un libro di Elena ferrante (l’amica geniale?) si vede in piazza, per terra, un pallone di cuoio. Ma ivista una balla così grossa nel descrivere Napoli. Se ci fosse mai stato un pallone di cuoio in piazza, l’assalto di centinaia di ragazzi e adulti avrebbe fatto rabbrividire Forte Alamo.
In Brasile i campioni si formavano sulle spiagge, libere giorno e notte. Ora è vietato giocare a palla proprio lì, dove sono nati i campioni.
Lo sport popolare e popolano sta diventando uno sport d’elite, come il tennis e il golf. E i ragazzi? Se vogliono giocare vanno alla scuola calcio e lì imparano a fare la diagonale a conoscere il quinto del terzo e a vedere la differenza tra la difesa a tre o a quattro. L’importante è pagare la retta, bella corposa.
Oggi il portiere deve sapere giocare coi piedi. Una volta gli bastava saper parare. Ora deve partecipare alla “costruzione dal basso” come i mattoncini Lego.
Vedere una partita è a volte così noioso che mi aiuto con le parole crociate, altrimenti il tempo non passa. E poi, i cronisti. Strillano, gridano e tifano di fronte al nulla. Dovrebbero tacere per la vergogna. Un abbonamento completo per vedere il calcio, tra Dazn e Sky costa cento euro al mese.
Alla faccia del gioco popolare e popolano.

Il Regolamento

Perdonami, ma mi sembra la solita storia del “si stava meglio quando si stava peggio”.
Io sono del 1966, giocavo al campetto col Supertele che volava, quando andava bene qualcuno portava il Tango.
Finito al campetto, andavamo ad allenamento nella società vicino a casa, e poi tornavamo al campetto.
Io e i miei amici eravamo scarsi come la morte, nonostante giocassimo cinque/sei ore al giorno, c’era solo qualcuno che primeggiava.
Esattamente come adesso.
Per quanto riguarda la retta, nessuno si può permettere di mantenere una società sportiva senza far pagare rette da almeno 400 Euro all’anno (in altri sport si paga di più). Hai idea di quanto costa solo di bollette e manutenzione un impianto sportivo? Gli sponsor non ci sono più per questioni fiscali, e i Comuni non hanno soldi nemmeno per aggiustare le strade, figurati quanto possono contribuire allo sport.
In ogni caso non c’è meno talento di una volta, è solo che adesso le cose vengono fatte a velocità dieci volte superiore rispetto ai nostri tempi.
Io ho giocato in tutti i ruoli, parecchio anche centrocampista, ti posso garantire che adesso non vedrei palla.
Chiudo con le dichiarazioni di Viscidi, che è considerato uno dei maggiori esperti mondiali di calcio giovanile:
“Abbiamo i giocatori bravi. A livello di nazionali giovanili da tre anni siamo campioni d’Europa. Bisogna insegnare ai ragazzi i valori morali e il gioco. Il calcio giovanile sta dando grandi risultati, il futuro sarà molto meglio del presente, abbiamo giovani che cambieranno il volto della Nazionale” 

Mordechai

Io pure giocavo col Supertele, pesava quanto un fiato, tiravi a destra e la palla andava a sinistra, meraviglioso. E si bucava dopo dieci minuti.
Per le occasioni importanti, il Supersantos arancio e nere, tanta roba!
🙂

Il “pallone di cuoio”, da ragazzino era più una categoria dello spirito che una cosa reale.
Negli anni dal 1964 al 1968 il Napoli venne in ritiro presso un complesso turistico delle mie parti, Il Ciocco a Barga, e non so come qualcuno del mio paesello sull’altra sponda del Serchio era venuto in contatto qualche dirigente e per un paio di volte il Petisso in persona venne a premiare i vincitori del locale torneo di calcio, ho ancora delle foto che in un’occasione scattai io a 9 anni, e mi ricordo che si portava dietro anche un paio di palloni da allenamento che regalava ai ragazzi più grandi che organizzavano il torneo. Per qualche miracolo uno di quei palloni, il più vecchio e rovinato che quando pioveva diventava pesante come un macigno e quando si asciugava duro come quello stesso macigno, finì nel giro di noi ragazzini, beh, non ci importava nulla delle sue condizioni e ricordo che fu un’apoteosi, giocare con un “pallone di cuoio” (e di una squadra di serie A!) era il coronamento di un sogno… 🙂

gennaro

> Mi accendono casomai se si incazzano durante o nel post partita, perché nel calcio cerco la rappresentazione teatrale popolare, la commedia dell’arte

Scusa, ma quella del «teatro popolare» mi sembra una cazzata, una foglia di fico dietro cui nascondersi. Diciamolo: per voi boomer il calcio è anche uno sfogo per certe pulsioni di mascolinità tossica. Vi piacciono gli stronzi perché, in fondo, vi ci riconoscete: quello che chiamate «commedia dell’arte» è spesso solo un modo per nobilitare atteggiamenti che vi appartengono. Sarebbe più onesto ammetterlo.

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